PETER BROOK Una magnifica crudeltà

Non è arduo comprendere l’importanza di Peter Brook. L’opera del regista britannico riverbera a tutt’oggi nella prassi teatrale su ogni livello, dalla produzione istituzionale alle più remote propaggini dello sperimentalismo; l’autore del seminale Lo spazio vuoto è riuscito, con la sua radicalità, a scuotere dalle fondamenta la prassi scenica delle più blasonate istituzioni d’Occidente, contribuendone al rinnovamento.

All’eccezionale opera teatrale di Brook si affianca il parallelo percorso filmico. Per Brook il cinema è tutto fuorchè un’avventura occasionale o una funzione “di servizio”: spaziando nell’arco di cinque decadi, la filmografia del maestro di Org’hast e Mahabharatha liquida all’istante qualsiasi inveterato dibattito sul “teatro filmato”, nonché su quella presunta inconciliabilità fra teatro e cinema che i veri maestri sanno non sussistere affatto. Il cinema di Peter Brook è per molti versi un ulteriore stadio della ricerca condotta sulla scena: la ricerca di una crudeltà – nel senso artaudiano di vitalità incontenibile, folle e schizofrenica – in grado di elevare la tradizione ad archetipo ancestrale, racconto sanguigno di un tempo prima dell’uomo e della coscienza.

L’operazione rigenerativa dei classici inizia già coi colori sgargianti e il dinamismo di The Beggars’ Opera (1957), adattamento del classico di John Gay; con Moderato Cantabile (1960) Brook impone, con la presenza di Jeanne Moreau e Jean-Paul Belmondo, la propria presenza nel nuovo cinema che si andava affermando oltralpe. La deflagrazione avviene nel 1963 con Il Signore delle Mosche, nel quale il regista adatta il romanzo di Golding con indicibile furia estetica, tra semi-documentarismo e lancinante visionarietà: un viaggio allucinato nel cuore di tenebra della civiltà, condotto con lucidità e senza remore.

Il biennio rosso mostra due volti del Brook cineasta: da un lato il capolavoro Marat/Sade (1967), trasposizione da Peter Weiss con il Marchese (un eccezionale Patrick Magee) intento a inscenare la Rivoluzione nel manicomio di Charendon; dall’altro, il film a tesi Tell Me Lies (1968), invettiva sulla “sporca guerra” del Vietnam condotta con un’inventiva da far impallidire Godard.

Fabio Cassano

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