Avatar: La Via dell’Acqua

di Fabio Cassano

Nei tredici anni che separano Avatar: La via dell’Acqua dal suo predecessore, l’industria del cinema è mutata a grande velocità: il nuovo film di James Cameron irrompe in un cinema smaliziato che ha visto interi franchise nascere e morire, la proliferazione di recuperi e operazioni nostalgiche, un impiego sempre più uniforme delle tecniche e dei modi espressivi che lo stesso Avatar aveva aiutato a consolidare. Al di là di lunghi dibattiti sull’impatto culturale del capostipite (immenso per alcuni, nullo per altri), è innegabile come il film del 2009 abbia a suo tempo innescato  un’impressionante accelerazione della macchina-cinema: l’irruzione di un immaginario nuovo, archetipico e derivativo quanto vibrante, una fusione di tecnica e immaginario tanto naturale e perfetta da obbligarci a ripensare l’artificio nel cinema.

Per quello che è il suo orizzonte artistico, Avatar: La via dell’Acqua è una reliquia di un cinema che fu: un intrattenimento ingenuo, ignaro del cinema d’oggi e della sua innocenza perduta.

Fabio Cassano

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